Democrazia illiberale e Società aperta

24/05/2019 - Leave a Response

E dunque alle prossime elezioni quelle del 26 maggio, le ennesime decisive ed epocali, dovrebbero scontrarsi due visioni del mondo, in questo caso i sovranisti, ovvero i nazionalisti tipo Salvini, Le Pen, Orbán (a no, quest’ultimo è popolare!) e gli europeisti (di cui il presidente francese Macron vorrebbe essere il campione, il che è tutto dire).

La premessa iniziale già ci dice quanto le carte siano mischiate e le cose un po’ più complicate. Insomma la chiamata alle armi di entrambi gli schieramenti non è molto credibile. Certamente non lo è per i sovranisti, che essendo appunto nazionalisti fra loro non si accorderanno mai. Certo a livello elettorale potrebbero trovare delle intese per spalleggiarsi a vicenda, ma una volta al potere l’unico collante di un’alleanza è il reciproco interesse e in Europa già non c’è ora questo collante, figuriamoci con i nazionalisti al potere. Da sempre (prima che si chiamasse sovranismo) il nazionalismo propugna la teoria: “io innanzi tutto” (America first, Prima gli italiani, ecc…) che non è una formula molto originale, ma funziona sempre, è un messaggio facile da capire e poi chi non concorda con chi vuole metterti al primo posto? Il problema è che ci sono anche gli altri con cui bisogna rapportarsi, possibilmente in maniera civile, possibilmente secondo le normali regole dello stato di diritto, visto che la politica a questo serve principalmente. Anche perché è sempre valida la norma per cui gli altri, gli stranieri, gli immigrati, gli extracomunitari, gli irregolari, possiamo essere anche noi (ora o in un indefinito futuro).

E ora passiamo all’altra sponda. Quella degli integrati e dell’integrazione, della società aperta e della cooperazione. La questione è se queste parole d’ordine si traducano poi in qualcosa di concreto. A me sinceramente pare di no, mi sembra che la società aperta dei progressisti sia aperta più a parole che nei fatti, probabilmente sempre timorosi di alienarsi i voti di qualcuno spaventato e impaurito. Negli ultimi anni a livello mondiale in occidente si è registrato un arretramento severo di praticamente tutte le forze progressiste, sia in Europa che in America (inteso come continente, non solo Stati Uniti). Questo fenomeno per certi versi può essere fisiologico nelle democrazie moderne e avanzate, ma mi chiedo se non ci sia anche qualche ragione in più. In sostanza le forze progressiste che avrebbero dovuto ridurre le diseguaglianze sociali, loro missione storica (non solo nei loro paesi, ma anche a livello internazionale), ci sono riuscite? A me pare di no. Dai paesi in cui non ci sono prospettive di sviluppo arrivano tante persone ormai da tanti anni. Non mi pare nemmeno ci sia un progetto in atto, o anche solo abbozzato, per fare qualcosa a riguardo (che ovviamente potrebbe avere solo effetto di lungo termine, ma se qualcosa si vuole fare, bisogna pur cominciare). Insomma “aiutiamoli a casa loro”, resta solo nelle parole.

Quindi se per caso le forze progressiste intendono davvero ritornare in auge e soprattutto, una volta fatto, cambiare davvero qualcosa, dovrebbero iniziare a progettare (e proporre) idee davvero innovative per il governo dell’immigrazione e soprattutto per ridurla, non chiudendo i porti ovviamente, ma creando le condizioni perché la gente stia bene a casa propria (se sono soddisfatto della mia vita non attraverso deserti, frontiere chiuse, il mare, la possibile morte, non affronto scafisti e trafficanti di qualsiasi genere per cambiare).

Da parte mia la scelta di chi, come Orbán, teorizza la democrazia illiberale (una contraddizione in termini) non è un’opzione. Spero che le forze teoricamente aspiranti alla “società aperta” lo siano davvero.

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Al voto, al voto

01/03/2018 - Leave a Response

Fra pochi giorni si vota dopo una legislatura densissima di avvenimenti (sembra passato un secolo dalla “non vittoria” di Bersani alle scorse elezioni). Le elezioni sono certamente importanti, nessuna rivoluzione mi sembra all’orizzonte, ma sono importanti. Detto questo alcune cose che si sentono in giro (un po’ in tutto l’arco costituzionale e anche oltre) mi fanno pensare di essere una mosca bianca nelle mie idee sulle istituzioni italiane.

Prendiamo la questione di coloro che in parlamento hanno cambiato gruppo. Per quanto non sia un fanatico del trasformismo, l’idea che ci sia una regola che imponga al parlamentare di restare fedele al gruppo di elezione oppure di dimettersi mi sembra assurda, perché alle elezioni non eleggiamo i capi politici, ma i deputati che troviamo sulla scheda elettorale. Il parlamento non è costituito dalla decina di leader che guidano i vari partiti o movimenti che si candidano, ma dalle centinaia di parlamentari eletti, ognuno con la sua testa. Dunque non marionette, ma uomini e donne (o donne e uomini, come più vi aggrada). Oltretutto non è nemmeno detto che chi se ne va dal gruppo parlamentare sia per forza un trasformista, magari invece è chi se ne va a restare fedele alle proprie idee, dalle quali invece il partito o il movimento sta svicolando. Se proprio il trasformista è tale, sarà magari l’elettorato a punirlo alle elezioni successive e se non lo punisce vuol dire che lo ha appezzato.

Ma com’è brutta la legge elettorale, dicono più o meno tutti (anche coloro che l’hanno votata, costretti da un destino cinico e baro), a tal punto che se non uscissero maggioranze dalle urne, alcuni propongono governi “solo per rifare la legge elettorale” (una delle degenerazioni della democrazia italiana è il vizio di voler rifare sempre la legge elettorale). A me personalmente questa non dispiace troppo. Ha un grosso difetto: la maggior parte dei parlamentari non si può scegliere, sono all’interno di piccoli listini bloccati per ogni partito. Possiamo scegliere solo quelli che gareggiano nei collegi uninominale. Questo è un grosso difetto, ma non si può pretendere di avere tutto. La legge è proporzionale, con i collegi uninominali, che dovrebbero garantire il “premio di maggioranza” per permettere alle coalizioni di vincere le elezioni e formare un governo omogeneo. Mi sembra un discreto compromesso fra l’esigenza di rappresentanza e quella della governabilità. Anche perché noi non eleggiamo un governo, bensì un parlamento, con buona pace di coloro che sostengono che poi governa chi “non è stato scelto dagli italiani”. Infatti noi non scegliamo il governo scegliamo il parlamento, poi sulla base della sua composizione dovrebbe nascere un governo votato dalla maggioranza del parlamento dopo le indagini svolte dal Presidente della Repubblica.

Qualcuno potrebbe dire: sì ma con questa legge elettorale dopo le elezioni non ci saranno maggioranze: non è colpa della legge elettorale, bensì dell’anomalia di una situazione politica nella quale ci sono tre forze in campo maggioritarie, in buona sostanza equivalenti (dopo le elezioni vedremo se sarà davvero così). In questo modo nessuna può ambire non dico al 50%+1 dei consensi, ma almeno chessò al 40. Perché bisognerebbe fare una legge elettorale per far vincere una minoranza (per quanto forte)? La logica della democrazia, soprattutto quella parlamentare italiana, è che governi una maggioranza che sia il più possibile anche espressione della maggioranza degli elettori. E per questo è possibile che si accordino anche forze politiche che non si sono presentate alleate alle elezioni. Nella prima repubblica questa era la norma, tutti i governi nascevano così. Qualcuno potrebbe anche non apprezzare la prima repubblica, ma bene o male è durata 40 anni circa e non si può proprio dire che in questi 40 anni non sia accaduto nulla, l’Italia è passata dalle macerie della guerra a essere una delle economie europee importanti.

In conclusione andiamo a votare tranquilli, qualcosa dal parlamento uscirà, e se non uscirà nulla, al massimo si tornerà a votare. Non è necessario conoscere il nome del presidente del consiglio la sera delle elezioni, in Germania ultimamente impiegano molto tempo a formare i governi, eppure tutti dicono che sono egemoni in Europa.

Ps: ormai scrivo qui a cadenza annuale, vediamo se riesco a sbloccarmi.

Identità e passato. Respira di Roberto Saporito

11/06/2017 - Una Risposta

Quando pensiamo alla rinascita normalmente leghiamo il concetto al passato. Si rinasce sempre da qualcosa. Può succedere che un uomo o una donna potente cada in disgrazia e poi riesca a tornare sulla breccia, in questo senso rinasce, ma questo non esclude il passato anzi, l’antica disgrazia è per certi versi una condizione necessaria alla nuova prosperità. Un meccanismo simile si può usare parlando di rinascita come redenzione. Colui o colei che esce da una situazione di disagio oppure conosce una svolta etica nella propria vita, tale da cambiarla radicalmente, non annulla il proprio passato anzi, la nuova situazione acquisisce maggiore spessore in contrapposizione al passato che intende superare.

Nell’ultimo romanzo di Roberto Saporito, Respira, edito da Miraggi, il protagonista non rinasce con questi significati, bensì annulla la sua vita precedente per acquistarne una nuova. Non è un testo di fantascienza, quanto piuttosto una delle situazioni paradossali in cui l’autore ama infilare i suoi personaggi. Infatti l’11 settembre del 2001 non è solo il giorno della distruzione delle Torri gemelle di New York, ma anche quello in cui muore (per finta) il protagonista del romanzo per rinascere, acquisire una nuova esistenza. Anche perché lui in una di quelle torri avrebbe dovuto esserci, per lavoro, ma per sua fortuna si è svegliato tardi. E non ha esitato un momento a mettere in atto questo cambiamento radicale nella sua vita, sembra quasi che sia stato lui a progettare l’attentato. Così il nostro protagonista rinasce sul serio annulla il passato, muore per finta per assumere (coi soldi si compra tutto) una nuova identità. Evidentemente quella vecchia gli stava stretta anzi lo soffocava, visto che ogni volta che si allontana dal suo passato, respira (e avviane il contrario quando il passato gli si avvicina).

E qui a mio parere c’è un punto chiave del romanzo. Il protagonista va incontro a un’estrema libertà che si concretizza in un vuoto. Non basta avere un nuovo passaporto e un nuovo nome per avere una nuova identità. Il suo passato (come quello di tutti) costituisce la struttura alla base della sua identità, il tentativo (radicale) di liberarsene porta il protagonista in uno spazio vuoto, tanto da indurlo a rivedere i luoghi della propria vita passata. Eppure c’è sempre questa sensazione di soffocamento dettata dal passato, mentre nella nuova esistenza leggera si respira decisamente meglio. Anche questo personaggio, come quelli precedenti dei romanzi di Saporito, non ha problemi economici, anzi dispone di molti soldi. Mi sembra un escamotage indovinato, perché permette al protagonista di trovarsi faccia a faccia con la sua nuova dimensione senza essere assillato dall’esigenza di dover lavorare per vivere. Il romanzo è scritto in seconda persona, un escamotage narrativo interessante e originale, con un piccolo vezzo: a un certo punto compare un personaggio femminile scollegato dalla vicenda del protagonista (poi si incontreranno) e in questa parentesi la narrazione vira verso la terza persona. Ma magari è lo stesso (immaginario? Chissà) narratore.

Il grigiore dell’età adulta

23/04/2017 - Leave a Response

Per rompere il ghiaccio (e le ragnatele) di questo blog propongo ai miei quattro lettori un romanzo molto interessante che mi è capitato di leggere recentemente. Il commento nasce dal fatto che diversi argomenti trattati dall’autore, Mario Capello, mi interessano molto. E il suo romanzo ne propone un approccio originale e non scontato. Il romanzo si intitola L’appartamento, edito da Tunué casa editrice che pubblica spesso romanzi di grande interesse.

Perché L’appartamento è così interessante? Il romanzo è breve, un centinaio di pagine, eppure con la materia che l’autore aveva sotto mano avrebbe potuto nascere una bella storia fatta di intrighi e complotti, e per di più sullo sfondo di fatti realmente accaduti, ovvero la nascita e lo sviluppo della struttura paramilitare Gladio, che poi è venuta alla luce (ma davvero pienamente?) all’inizio degli anni ’90. Tuttavia nonostante la trama ruoti effettivamente intorno alla scoperta (o riscoperta) di questa struttura, non è questo, almeno a mio parere il vero oggetto del romanzo.

Quella dell’autore è una riflessione invece sull’età adulta e sulla vita in provincia. I due temi sono strettamente connessi, tanto che i riti della provincia appaiono davvero i più adatti a mostrare i meccanismi dell’età adulta. La narrazione, come avviene in tanti romanzi contemporanei, è in prima persona e questo spiazza ulteriormente il lettore (almeno secondo me). Perché a prima vista le scelte del giovane protagonista, Angelo, appaiono condivisibili (anche per come le propone lui stesso), magari dolorosamente necessarie, ma condivisibili. Così dopo la laurea in città e l’inizio di una vita di coppia un po’ disordinata, ma soprattutto stentata, con un lavoro precario nell’editoria, Angelo, lasciato da moglie e figlio, decide di seguirli in provincia (anche se poi non si rimettono insieme per il momento). In sostanza il protagonista lascia la vita giovanile, quella degli studi e magari dei sogni, legata a un lavoro che probabilmente gli piaceva, senza però essere remunerativo, per assumersi le responsabilità di un adulto, guadagnare normalmente, da borghese della classe media, svolgendo il lavoro che con un’intuizione felice l’autore associa proprio all’età adulta, ovvero il venditore di appartamenti. Per una coppia (si potrebbe aggiungere soprattutto in Italia) possedere un appartamento significa aver varcato quella soglia, quella fra giovinezza e età adulta. In questo senso una pagina del romanzo è davvero illuminante, nel mostrarci una giovane coppia che arriva nell’agenzia di Angelo per comprare la prima casa, un vero e proprio rito di passaggio. E la vita del protagonista effettivamente è fatta di riti, abitudini, che nell’ambiente della provincia sembrano essere cristallizzati nel tempo. Sono riti sia personali che sociali.

E qui a mio parere il lettore comincia a provare disagio e magari a porsi qualche domanda. E’ davvero questa la responsabilità a cui dovrebbe ambire un adulto? Una vita grigia, fatta di ripetizione (addirittura senza letture, Angelo passa dal lavoro nell’editoria a smettere di leggere). Il grimaldello per mettere in crisi Angelo (e soprattutto il lettore) è il rapporto con un altro personaggio (un coprotagonista, ma potrebbe essere un protagonista), Ferrero, uomo sulla soglia della terza età, solido, serio, con alle spalle prove dolorose che sono state superate. Una sorta di modello per Angelo. Qui si inserisce la trama di cui ho accennato all’inizio e che preferiscono non rivelare ulteriormente per lasciare giustamente al lettore il gusto della scoperta. Dal punto di vista dello stile il romanzo si può dividere in due parti: nella prima l’autore propone alcuni virtuosismo stilistici efficaci (alcuni a mio parere anche superflui), mentre nella seconda parte quando il racconto si incanala verso una direzione precisa la scrittura si fa più serrata (ma non per questo meno curata) a mio parere più efficace.

Certo se l’intenzione dell’autore era proprio quella di mostrarci la vita adulta e quella di provincia (che nel romanzo si sovrappongono) il quadro non è molto consolante: ne emerge un’esistenza che più che assumersi responsabilità, se ne libera, senza troppi pensieri.

L’enigma Kierkegaard

09/01/2017 - Leave a Response

I pochi lettori di questo blog e dei miei libri avranno forse capito che fra i filosofi che più mi colpiscono c’è anche Soren Kierkegaard. Per questo il romanzo a lui dedicato, L’uomo dell’istante, scritto da Stig Dalager, suo connazionale, ed edito da Iperborea, mi ha attratto subito verso l’acquisto.
Volevo provare a vedere se qualcuno fosse riuscito a risolvere l’enigma rappresentato da quest’uomo complicato, o comunque valutare una possibile nuova chiave di lettura. Dalager è molto accurato nel suo racconto, molto attento, ha a disposizione tutti gli scritti del filosofo, uno degli autori danesi più noti al mondo e li usa abbondantemente. Anzi spesso sembra che l’analista prenda il posto del romanziere e che l’io narrante non sia una voce neutra fuori campo ma chiaramente quella di Dalager che scartabella testi, che spulcia libri. Per inquadrare personaggio e periodo storico diciamo che siamo a Copenaghen a metà Ottocento. Il periodo anche del grande rivolgimento del 48 su cui il filosofo riflette anche.
Ma qual’è l’enigma di Kiekegaard? È presto detto, anche perché è il centro della sua vita per il resto passata a scrivere. Il breve fidanzamento con Regine Olsen, quell’amore interrotto bruscamente da lui, con protervia e decisione, degni di miglior causa. Anzi non interrotto, bensì trasportato in una nuova dimensione. In uno spazio etereo, in un iperuranio in cui fosse incorruttibile, come le idee di Platone. Kierkagaard ama Regine, lo fa per tutta la vita, ma non può, non riesce a vivere con lei. Il bello della vicenda è che probabilmente ispirato dalla sua stessa storia personale, il filosofo coglie il peso della scelta e dell’esistenza e ne fa l’oggetto della sua riflessione. L’esistenza diventa il suo campo di indagine. La scelta come elemento che angoscia perché rappresenta un bivio da cui è impossibile tornare, ma anche come stimolo, invito a un’esistenza autentica, quella etica, non quella estetica del seduttore che non sceglie, si annoia nella sua stessa indifferenza, nell’assenza di vera passione. Questo il frutto delle sue riflessioni, eppure la sua appare proprio una non scelta (lui forse avrebbe risposto che invece era una scelta ponderata, una rinuncia per non farla soffrire a causa della sua malinconia). Ma lei invece lo amava per com’era, questo emerge dal romanzo di Dalager. La traduttrice del romanzo, Ingrid Basso, nella postfazione annota senza remore che la vita di Kierkegaard assomiglia a una grossa contraddizione. Ha teorizzato l’importanza della scelta e dell’esistenza, di una vita autenticamente consapevolmente vissuta, ma nell’arco dei 42 anni della sua vita non ha fatto altro che scrivere “un corpus letterario di quasi ben trenta volumi”. E questa attività frenetica nasce quasi interamente dopo la separazione, tanto che Dalager gli mette in bocca questa espressione assolutamente verosimile: “Tutto quello che ho scritto, l’ho scritto per lei”. Il filosofo danese aveva anche il vezzo di pubblicare sotto pseudonimi. Gran parte degli scritti è stata firmata da personaggi non da Kierkegaard. Voleva forse prendere le distanze dai suoi scritti? Giocare non con i personaggi (come fanno tutti gli scrittori) ma con gli autori stessi e magari col lettore. Forse a scrivere di volta in volta non era lui, ma una sua maschera o meglio una sua rappresentazione una parte dell’uomo la cui profondità è impossibile da esprimere.
Usando la figura creata da Matteo (il personaggio del mio Dialogo sull’amore passionale) è come se il filosofo abbia rinunciato all’amore autentico per trasformarlo in quello infelice. Quello più adatto per la riflessione, perché in assenza della persona amata, l’amante finisce per pensarci fino allo sfinimento e oltre. Dunque tutto il corpus di scritti del filosofo sarebbero una riflessione su Regine Olsen sotto mentite spoglie, una mastodontica costruzione letteraria su di lei, anche quando gli scritti erano sulla fede, sul cristianesimo.
L’enigma resta tale non sarà mai risolto, probabilmente perché comunque incomprensibile. Regine è diventata celebre fra gli studiosi di filosofia come la Beatrice di Dante. Forse se Kierkegaard avesse compiuto il salto nell’esistenza, da lui stesso auspicato, non avremmo avuto le riflessioni profonde di questo filosofo fondamentale e forse non avremmo saputo nulla di Regine Olsen. Ma forse sarebbe stato meglio così, per loro almeno.

In conclusione consiglio caldamente la lettura del romanzo.

Preferisco la Costituzione 1.0

04/10/2016 - Leave a Response

E’ tempo che io prenda posizione, o meglio che la renda pubblica in maniera organica, sulla riforma Costituzionale su cui andrò a votare a dicembre, andrò a votare no.

Sì, l’attuale costituzione non mi dispiace, ha dei difetti ovvio, ma non è malaccio. Magari un po’ polverosa, ma non è nemmeno la più vecchia in giro. Insomma il tagliando ci poteva pure stare, rifarla è un altro discorso. E rifarla come poi.

Andrò subito al punto principale della mia contestazione così non perdo il filo del discorso. Quali sono i due messaggi che mi manda (non so a voi, per cui resto sul personale) questa riforma? La democrazia costa e bisogna essere veloci (le leggi fatte con i tweet sono benvenute).

Partiamo dal primo punto che poi è quello principale. Uno degli argomenti principali su cui puntano i referendari consiste nel taglio del numero dei parlamentari e dei politici in generale. Si cambia una camera che non è più elettiva (i suoi membri arrivano dai consigli regionali) e si riduce il numero dei rappresentanti del popolo eletti. Questa definizione non vi piace? Troppo aulica? E’ sinonimo di parlamentari e senatori, sono i nostri rappresentanti (e direi che ci rappresentano egregiamente). Renzi ha affermato che la riforma ci fa risparmiare qualche soldo, insomma briciole da inserire nella legge di bilancio, non si butta via nulla. Ecco, le istituzioni democratiche costano, meglio diminuirle così risparmiamo. Lo avevo già scritto in precedenza, chi vuole conoscere meglio il mio pensiero può seguire il link. Avremo un Senato non eletto. Qualcuno dirà che non è vero, che i consiglieri regionali sono eletti, sì, per fare i consiglieri regionali. Il Senato è un’altra cosa, anche se non ha le stesse prerogative della Camera. Vorrei votarlo. Ma questa riforma me lo impedirà. Qualcuno dice che non è questa grande tragedia, ma per me è importante votare il Senato, la seconda camera dello Stato (era la prima, ma immagino che ora lo diventerà la Camera dei deputati). Sulla falsariga di questo discorso c’è anche l’eliminazione delle province. Probabilmente non troverete nessun politico in un dibattito televisivo disposto a difenderle, nemmeno i più scaldati per il No. La ragione per cui le province sono state definite enti inutili mi sfugge, visto che è falsa, le province hanno delle funzioni e le svolgono (ancora adesso, visto che esistono, anche se molti pensano non ci siano più. Le giunte provinciali sono state elette da sindaci e consiglieri comunali, insomma indirettamente, dunque è un vizio dei nostri riformatori). Potrebbero farlo meglio? Sì certo, magari sarebbe stato utile potenziarle invece di superarle. La provincia è un ente territoriale tendenzialmente omogeneo (qualcuna magari no, ma si possono sempre correggere), può sviluppare politiche di sviluppo efficaci su un territorio relativamente piccolo e vocato verso una o comunque poche direttive economiche. Dunque un ente relativamente piccolo come la Provincia potrebbe (e dovrebbe) attuare politiche mirate per il proprio territorio di competenza. E naturalmente nella mia idea dovrebbe essere rappresentata da un consiglio e una giunta eletti dalla cittadinanza. Una provincia è relativamente piccola, più facile da controllare. I consiglieri e la giunta regionale avevano stipendi ragionevoli, non erano chissà quanto privilegiati. Mi sembra giusto che siano stati tolti loro (per fare posto a cosa? Le città metropolitane? Non siamo tutti periferie di grandi metropoli). Io rivoglio le province come prima, anzi meglio di prima. Non le voglio togliere.

C’era una volta il federalismo. Se la memoria non mi inganna fino agli anni 2000 (forse ancora all’inizio del secolo) la politica italiana si riempiva la bocca di questa parola: occorreva decentrare dare più potere alle periferie. E soprattutto cercare di togliere terreno alla contestazione secessionista e arrembante della Lega Nord. Ora il federalismo è passato di moda, nessuno lo cita più, in generale questo tentativo di riforma tende ad accentrare di più il potere al centro. Io resto federalista, non in senso leghista ovviamente, ma per lo spirito di maggiore avvicinamento della politica e degli enti che la gestiscono al cittadino.

Ma passiamo al secondo pilastro della riforma: il tempo. Con il nuovo assetto dello stato sarà tutto più veloce, finalmente le leggi passeranno a passo da centometrista invece che con quello del maratoneta (visto che c’è una sola camera ad approvarle). A parte che ho letto da alcuni contestatori che forse potrebbero esserci delle complicazioni anche con questa riforma, preferisco rimanere sul punto e pensare che sia vero. La velocità non mi appassiona. Preferisco le cose fatte bene piuttosto che fatte subito. Certo si può dare il caso che sussistano entrambe le caratteristiche, ma fra le due preferisco la prima, magari con calma. La legge non deve rispondere a bisogni immediati. Per quello c’è l’azione del governo che non è legata necessariamente alle leggi (si chiama potere esecutivo ed è distinto da quello legislativo). La legislazione secondo me ha bisogno di tempo e ponderazione. In Italia le leggi non sono molto chiare, spesso cavillose, ma questo non dipende dalle due camere, ma da chi le scrive (sembra che nemmeno la nuova riforma costituzionale brilli per chiarezza, ma soprassediamo). Un classico esempio di legge veloce che ha fatto disastri è la riforma delle pensioni Fornero. Era legata al noto decreto legge “Salva Italia” (i politici non dovrebbero mai dare il titolo giornalistico alle loro leggi). Il decreto era di inizio dicembre, doveva essere convertito entro la fine dell’anno altrimenti ci sarebbe cascato il mondo addosso: risultato? A parte questioni sull’allungamento della vita lavorativa che lascio ad altri, la nascita degli esodati, che evidentemente non era stata tenuta nella dovuta considerazione dalla ministra e dai suoi tecnici. Ho letto il commento di qualcuno, secondo cui il parlamento deve essere più veloce per risolvere questioni spinose, fra cui quella degli esodati, magari se fosse stato meno veloce allora… (per la precisione dicembre 2011). Le leggi devono essere buone non veloci. E fra l’altro l’Italia ha una marea di leggi, più di altri paesi europei, evidentemente non siamo così lenti nell’approvarle anche col bicameralismo perfetto (basta la volontà di farlo). La smania di volere legiferare in fretta mi preoccupa, non sono le leggi fatte con la velocità di twitter a salvare il mondo. Le leggi in generale non lo salvano proprio, potrebbero forse aiutare a renderlo un po’ meno brutto, ma bisogna farle bene.

Questa riforma è accusata dai detrattori di essere pericolosa per la democrazia stessa, nel senso di essere pericolosamente sbilanciata verso l’autoritarismo. Io concordo con questa affermazione in parte. In se e per se la riforma non ha nulla di autoritario. Però riduce i meccanismi di autodifesa che la nostra costituzione ha per evitare la deriva autoritaria, soprattutto per il depotenziamento del Senato. Per cui in sé, il primo ministro non diventerà mai dittatore con il nuovo assetto, il problema è che secondo me (e non solo me) un potenziale malintenzionato avrebbe maggiori possibilità di successo rispetto alla costituzione attuale. Questo anche per via dell’attuale legge elettorale. Ora è vero che la legge elettorale non dovrebbe entrare in questo discorso, ma se quella attuale rischia di consegnare la maggioranza a una minoranza (inteso minoranza come consenso elettorale effettivo) un po’ mi preoccupo. E cambiare le leggi elettorali in Italia non è così facile; senza contare che visto che la riforma costituzionale è stata approvata a colpi di stretta maggioranza, a maggior ragione la legge elettorale potrebbe essere modificata a seconda delle convenienze del vincitore di turno.

Uno degli esempi più lampanti di debolezza di una costituzione è lo Statuto Albertino, buona costituzione liberal democratica, alla base della nascita delle istituzioni rappresentative in Italia; è durata dall’unità fino al 1925 (alla fine è stata piuttosto longeva), ma aveva un grosso difetto, nessun sistema protettivo. Dal 1925 al 1927-28 Mussolini ha trasformato, con leggi ordinarie, una monarchia costituzionale e sostanzialmente democratica in una dittatura fascista. A chi contesta che ci vuole velocità, che occorre sapere subito chi è il presidente del consiglio per essere competitivi, ricordo che la Repubblica Romana (sì parlo dell’antica Roma) aveva una serie di garanzie che farebbero impallidire anche la rigida Costituzione Italiana: i due consoli duravano solo un anno ed erano appunto due, perché uno controllasse l’altro e nessuno assumesse un potere eccessivo. Il dittatore aveva poteri forti in caso di emergenza, ma su una durata di tempo limitata e poi doveva rendere conto di ciò che aveva fatto. In sostanza governava il Senato (un’aristocrazia in questo caso) e con questa forma istituzionale la Roma repubblicana ha conquistato prima l’Italia e poi il Mediterraneo.

Per venire a esempi più vicini temporalmente, pensiamo alla sempre molto citata Germania: ha un sistema elettorale proporzionale puro (con sbarramento) tipo Prima Repubblica italiana (che non aveva lo sbarramento). I suoi governi sono solitamente di coalizione (compreso quello attuale) e i tedeschi non hanno nessuna fretta nel formarli. Quello attuale, retto da Angela Merkel è nato il 17 dicembre del 2013, le elezioni si erano svolte il 22 settembre. Altro che primo ministro che si conosce la notte delle elezioni. Eppure a detta di tantissimi la Germania governa l’Europa. Avrei altre osservazioni da fare, ma questo è già un papiro illeggibile, complimenti a chi si è cimentato.

Con buona pace degli entusiasti della riforma, il destino dell’Italia non cambierà per suo merito. Le cose andranno meglio solo se circostanze favorevoli e buoni politici faranno il loro lavoro, ma questo non dipende dalla Costituzione. Io però vorrei evitare che cattivi politici abbiano troppo potere e facciano danni.

Tolleranza (zero)

09/08/2016 - Leave a Response

Nel 1685 il filosofo inglese John Locke scrisse la Lettera sulla Tolleranza. L’Europa era attraversata dalla lotta fra la Riforma e la controriforma, Cattolici contro protestanti (e viceversa). Insomma la situazione non era poi così distante dal clima che si respira oggi.

Ma ora vorrei tralasciare la questione religiosa, mi interessa la tolleranza. Perché questo modo d’essere, accettare che qualcuno la pensi diversamente da noi, ma anche in generale accettare che qualcosa non vada esattamente come desideriamo, tollerare le imperfezioni piccole e grandi di cui è composto il mondo, magari cercando di migliorarlo, lentamente, a poco a poco, palmo a palmo, questo atteggiamento dicevo, si è logorato a poco a poco, fino a non essere più accettato (chiedo scusa per la costruzione a dir poco barocca del periodo). La tolleranza, che pensavamo fosse un pilastro della società occidentale, democratica, liberale sembra stia scomparendo.

Spero di sbagliarmi naturalmente. Eppure sento e leggo troppe volte sui mezzi di informazione l’espressione tolleranza zero. I politici la ripetono spesso (occhio quando un politico usa spesso un’espressione non lo fa a caso, vuol dire che il concetto è ampiamente accettato dall’uditorio che poi andrà alle urne a votare). Per carità a snocciolare una a una le occasioni in cui questa espressione è stata utilizzata verrebbe da condividerla, quello che mi preoccupa è che sia proprio scomparsa la parola, o meglio che sia scomparsa senza lo zero, insomma nella sua accezione positiva. Non si trova più nessuno che inviti alla tolleranza e in effetti a leggere i commenti sui social network di vario genere, in varie situazioni, di tolleranza se ne vede poca. Ci si lamenta più o meno di qualsiasi cosa. Tutto è inaccettabile, sia le questioni serie che quelle da bar. Tutto deve cambiare domani, no, anzi oggi, tutti a casa, rivoluzione. Occorre che tutto cambi perché nulla cambi. Vorremmo un mondo d’amore di buoni sentimenti in cui tutto fila liscio come l’olio, ma non avendolo contribuiamo a incrementare quello di egoismo, invidia, gelosie, meschinità con il nostro piccolo contributo di questi sentimenti. Forse fra il bianco e il nero ci sono le (50?) sfumature di grigio. Fra l’amore e l’odio c’è qualcosa che non è poi così grigio, che ci può aiutare a vedere gli altri per ciò che sono e a accettarli: la tolleranza appunto. Proviamo a darle più fiducia.

Letture da spiaggia

30/06/2016 - Leave a Response

Visto che siamo arrivati in estate mi dedicherò a un post leggero. Peraltro l’estate è la stagione della leggerezza, del disimpegno, delle letture da spiaggia.

Ecco l’esistenza delle letture da spiaggia è qualcosa che mi incuriosisce. Intendo dire il fatto che comunemente si ritiene che sulla spiaggia si debbano leggere testi leggeri, non impegnativi, d’evasione, insomma, libri e riviste da spiaggia. Ma perché? Perché se leggo Proust, Platone, Eco, Kundera, Cartesio (aggiungete pure voi autori a piacere) in inverno dovrei dedicarmi a libri di totale disimpegno in estate? Forse il sole mi cuoce la testa e non mi permette più di pensare? Qualcuno risponde che in vacanza bisogna evadere, occorre rilassarsi, quindi anche la lettura si deve adeguare al clima di evasione che viviamo nel periodo estivo. Io invece la penso diversamente. Proprio in inverno, quando sono stressato dal lavoro, stanco, con meno tempo libero a disposizione potrei essere tentato dall’evasione intellettuale. In fondo la fatica può pesare anche sul cervello, sulla sua capacità di concentrarsi su testi e concetti complessi. Invece l’estate è proprio il tempo per dedicarsi alla lettura. Con più tempo libero si può scegliere accuratamente cosa leggere e soprattutto si può leggere di più cosa che in effetti a me accade. Perché dovrei sciupare il prezioso tempo libero in più che ho a disposizione per letture di poco conto, sostanzialmente (per me) inutili?

Vorrei chiarire che non sono contro i libri d’evasione in sé. Ognuno legge ciò che gli pare, ma non capisco perché si dovrebbero cambiare gusti letterari dall’estate all’inverno.

Comunque sia, in conclusione, ho una mia teoria sulla diffusione delle letture da spiaggia e dunque sull’idea diffusa per la quale si ritiene che in estate occorra cambiare ciò che si legge di solito. Il mare in estate attira milioni di persone. Fra i bagnanti molti cercano la tintarella, oltre il ristoro rinfrescante del bagno in mare. Prendere il sole è un’attività impegnativa perché impedisce di fare qualsiasi altra cosa. Anche gli aggeggi elettronici che di solito sono compagni del nostro tempo libero, sotto l’effetto di sabbia, sole cocente, acqua marina, vento, potrebbero danneggiarsi. Non resta che leggere (o fare le parole crociate) per passare il tempo mentre siamo distesi ad abbrustolire. Ecco dunque tantissimi italiani costretti a posare gli occhi su parole scritte per passare il tempo. Secondo me si tratta, nella maggior parte dei casi, di coloro che durante l’anno non leggono proprio, insomma le persone per cui il libro è un oggetto misterioso. Le percentuali italiane in questo senso sono imbarazzanti. Ovviamente chi non legge mai, se deve passare il tempo, o si dedicherà a riviste di gossip oppure a letture di totale evasione. E’ solo un’ipotesi non supportata da alcun dato, ma la trovo plausibile.

Una riflessione sull’uomo (maschio)

07/06/2016 - Leave a Response

Come sapranno i miei 25 lettori, ultimamente ho rivolto la mia attenzione alla differenza fra i generi in cui si divide l’umanità. Per questo mi sono incuriosito a un romanzo pubblicato lo scorso anno da NN edizioni e scritto da Elisabetta Bucciarelli: La resistenza del maschio.

Devo ringraziare l’iniziativa Modus legendi e il gruppo facebook Billy il vizio di leggere, per avermelo fatto conoscere. E sono rimasto davvero soddisfatto dalla lettura di un romanzo davvero bello, in cui si coniugano un’attenzione maniacale per lo stile e un intreccio ricco di varianti, movimentato, in cui il lettore si immerge con passione.

Il romanzo si mantiene in bilico fra la narrazione della vicenda dei personaggi e la riflessione che può suscitare sul rapporto fra i generi. L’autrice si propone di rompere i cliché, i luoghi comuni, e raccontare i suoi personaggi con grande attenzione. Dovrei dire con più precisione che sono gli stessi personaggi a raccontarsi, in primo luogo attraverso dialoghi scritti in maniera magistrale, in secondo luogo attraverso le loro riflessioni, anche quelle che restano nel silenzio.

Qualcuno potrebbe chiedersi in cosa consiste la resistenza di cui si parla nel titolo. Non è facile parlarne senza entrare troppo nella trama, cosa che vorrei evitare, per invitare coloro che passano da queste parti a leggere questo romanzo. Il protagonista coltiva l’autocontrollo e la distanza (dalle cose, dagli altri) come forma di difesa per se stesso (resistenza) ma anche secondo me come strumento per evitare di provocare dolore negli altri. Più o meno a metà del romanzo, l’innominato (di cui in realtà il nome si conosce, ma viene detto solo una volta) attraverso un escamotage linguistico, sembra voler costruire un rapporto inusuale con una donna, basato sulla distanza (come se questa sia capace di mantenere il buono nei rapporti umani filtrandone le negatività, lo scontro fra i differenti desideri e esigenze). Accanto al protagonista maschile ci sono tre protagoniste femminili, personaggi davvero ben riusciti che per tutto il romanzo si confrontano sulle rispettive esperienze con gli uomini, quasi tutte (se non tutte) deludenti. Ognuna viene condizionata dalle proprie esperienze.

I due intrecci all’inizio sembrano correre paralleli per poi incontrarsi senza toccarsi (l’autrice è bravissima nell’utilizzo delle immagini geometriche, della prospettiva). Tutti i protagonisti a loro modo qualche volta si adagiano sui luoghi comuni, altre sembrano voler combattere contro gli stereotipi di genere, in parte consciamente, in parte senza saperlo. Il protagonista maschile alla fine cerca di coltivare un rapporto nuovo, quasi un incontro ideale che avviene (o per meglio dire non avviene rimane continuamente sospeso) in una dimensione altra, in cui la fisicità, i corpi perdono importanza. La novità però è relativa al mondo attuale in quanto già Dante a modo suo aveva proiettato la sua Beatrice in una sfera di cristallo, nella quale non fosse tangibile, nemmeno da lui.

Elisabetta Bucciarelli fa ampio uso e riferimento delle tecnologie digitali. Non è secondo me semplicemente il corollario alla rappresentazione del mondo attuale: queste tecnologie sono funzionali, indispensabili al nostro protagonista maschile per mantenere le distanze e basare su di esse la forma di rapporto con una delle protagoniste, che spezza il luogo comune dell’uomo legato soprattutto alla fisicità. Allo stesso modo le tecniche (di altro genere) contemporanee permettono a un’altra delle protagoniste femminili di raggiungere il suo obiettivo, la maternità, senza la presenza fisica del maschio.

Ci sarebbe ancora molto da scrivere su questo romanzo. Sullo stile letterario, l’utilizzo delle parole, molto attento, mai causale. Un tipo di scrittura apparentemente semplice che volendo si potrebbe prestare anche a una lettura veloce, ma che nasconde tanti sottotesti (per cui è un piacere fermarsi sulla pagina). Così andrebbe approfondita l’attenzione con cui l’autrice utilizza l’arte figurativa. Il protagonista maschile è un docente universitario e esperto d’arte, e questa parte della sua vita è molto importante nel romanzo

Difficile trarre una conclusione univoca al termine della lettura ed è giusto così. Tante le sfaccettature, le porte aperte, le differenti prospettive. Sembra che l’autrice abbia scandagliato a fondo le difficoltà dei rapporti fra i protagonisti e attraverso di loro fra gli uomini e le donne, indicando che i legami vanno costruiti con pazienza e reciproca comprensione.

Come avrebbe detto Elisa nel mio Dialogo sull’amore Passionale: “in queste condizioni portare avanti un rapporto d’amore… diventa complicato. Non certo impossibile, ci mancherebbe, ma complicato”.